“Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo: la soluzione per una giornata di pioggia

Io sfogo gli istinti di pulizie di primavera sulla libreria: l’ho aggredita ieri pomeriggio per stravolgerne l’organizzazione e guardate un po’ che libricino mi è capitato tra le mani!

momenti-di-trascurabile-felcitc3a0

Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo. È uscito qualche anno fa e mi ricordo perfettamente che l’avevo comprato e letto immediatamente, in una giornata di pioggia, proprio  come oggi (almeno dalle nostre parti). Non mi ricordo dove fosse il resto della famiglia ma ho l’immagine di me sul divano, con la coperta, silenzio assoluto spezzato da qualche risatina (la mia) e questo libro. Si tratta di racconti brevi che scandagliano momenti che, nonostante la loro semplicità e banalità, sanno dare delle grandi soddisfazioni. Sono davvero attimi terra terra! Un esempio per tutti: il telecomando della TV non da più segni di vita ma facendo l’irrazionale gesto di pestarlo contro qualcosa e puff, magicamente, rifunziona….ecco che sollievo e che pace nel vederlo ubbidire solo avendo fatto l’inconsulto gesto di sbatacchiarlo un pochino.

Senza togliere niente al contenuto, la copertina di questo libro è, tra l’altro, una delle meglio riuscite a mia memoria: un ragazzino di spalle con solo dei calzoncini addosso che salta in libertà. Bello!

Questo è il tenore del libro in generale e dei racconti in particolare: qualche ora piacevole per rammentarci che non servono eventi sconvolgenti per farci sentire  un po’ meno grigi e constatare che la felicità è fatta, il più delle volte, di tanti  piccoli pizzichi di sale che danno sapore all’esistenza!

Advertisements

Siate padri esemplari “with arms wide open” (Creed)

1crplpadrefiglioSiate padri esemplari perché è il nostro esempio che i nostri figli seguiranno: poca teoria e tanta tanta concretezza nei fatti e nelle azioni. Siate una guida luminosa.

Siatelo a braccia spalancate perché possiate essere un luogo caldo ed accogliente sempre, nel quale regna l’Amore incondizionato, protezione e rispetto.

Opera difficile e ambiziosa, ma se prendete per mano la vostra compagna e fate un respiro profondo tutto verrà da sé e sarà sempre una domenica di sole.

Perché se vogliamo che il mondo cambi, il cambiamento deve partire da noi stessi cercando di essere migliori per il nostro futuro: i nostri figli!

Questo brano è nella playlist che il nostro Feel Food Pupo ascoltava (e ascolta tutt’ora) quando era nella mia pancia: scelta da papà Feel Food.

Well I just heard the news today
It seems my life is gonna change
I closed my eyes, begin to pray
Then tears of joy stream down my face

With arms wide open under the sunlight
Welcome to this place I’ll show you everything
With arms wide open
With arms wide open

Well I don’t know if I’m ready
To be the man I have to be
I’ll take a breath, I’ll take her by my side
We stand in awe, we’ve created life

With arms wide open under the sunlight
Welcome to this place I’ll show you everything
With arms wide open now everything has changed
I’ll show you love I’ll show you everything

With arms wide open
With arms wide open
I’ll show you everything, aw yeah
With arms wide open, wide open

If I had just one wish only one demand
I hope he’s not like me, I hope he understands
That he can take this life and hold it by the hand
And he can greet the world with arms wide open

With arms wide open under the sunlight
Welcome to this place I’ll show you everything
With arms wide open now everything has changed
I’ll show you love I’ll show you everything

With arms wide open
With arms wide open
I’ll show you everything, aw yeah
With arms wide open
Wide open

With arms wide open – Human Clay – 1999 – Creed 

Michele Serra, “Gli sdraiati”: che siate padri o figli, un libro da leggere con la matita in mano

Festa del papà, idea regalo, libro, recensione, Michele Serra, Gli sdraiati.

gli sdraiati“Autorità: attorno a questa parola organizzo, da quando sei nato, convegni tanto pomposi quanto inconcludenti. Ciascuno dei relatori ha la mia faccia, è un’assemblea dei miei cocci intellettuali che cercano la perdita unità, ciascuno rinfacciando agli altri la loro insipienza. Titolo ideale di questa farraginosa convention dovrebbe essere: quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuti darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo”

 

 

 

Quanto è bello, mentre si legge un libro, scoprirsi alla ricerca spasmodica di una matita per sottolineare il passaggio appena concluso? Perché certamente con il tempo svanirà tra i mille ricordi narrativi e sarà bellissimo, invece, rileggere quelle righe per caso, riprendendo in mano il libro, per prestarlo magari…

Bene, leggendo questo libro, tenete la matita a portata di mano. L’ho adorato; mi ha fatta ridere e mi ha commossa. È stato frutto e origine di grandi riflessioni e, se siete papà con figli maschi, dovete leggerlo ad ogni costo. Vi porterà via un paio di pomeriggi (o qualche serata), non di più, ma lascerà il segno.

Serra mi è sempre piaciuto da matti, leggo le sue rubrica su Repubblica e su Il venerdì di Repubblica; l’ho sempre trovato sottile e molto arguto anche nel suo non sempre velato cinismo. Non avevo, però, mai letto suoi libri. Recupererò di certo!

Mi è piaciuto tantissimo lo stile narrativo ma, più di tutto, il lessico pulito e forbito senza perdere di leggerezza e modernità. Fantastico. Raro.

In questo libro, che è molto più autobiografico di quanto avesse voluto (secondo sua personale confessione a Daria Bignardi a Le invasioni barbariche), Serra si prodiga in un acuto ed intelligente racconto/monologo nel quale un padre, scrittore a sua volta, si rivolge al poco più che adolescente figlio. Non vi svelo altro!

Ci sono tratti esilaranti come…

“L’unica certezza è che sei passato da casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare non ha scampo[…]. […] in cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. […] una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato la salvezza ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto””

…passaggi molto profondi, di grande introspezione…

“Ho la nitida sensazione che questo – esattamente questo – sia l’ultimo istante della tua infanzia. Scomparirà per poi apparire sempre più raramente, nel corso degli anni, quel bagliore infantile che perfino nei vecchi rivela le tracce dell’inizio. […] Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce assomiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi. […] È anni dopo, […] è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile […] è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La sapienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe. Troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”

…fino ad una delle migliori chiusure mai lette…

“Finalmente potevo diventare vecchio”

Vi assicuro che mi è spiaciuto da matti quando ho voltato l’ultima pagina scoprendone la fine.

Buona lettura!

Julie & Julia [de noartri] atto I: Tajarin con crema di funghi porcini

…ci sono giorni in cui il pupo vince su tutti i fronti. Per dirla come si usa dalle nostre parti: ci fa un paiolo così. Insomma si porta a casa il pacchetto completo e ti lascia con un pugno di mosche, se ti va di lusso. Anzi, per non saper ne leggere ne scrivere (e nel suo caso, letteralmente) generalmente, si porta via pure quelle. E quando dico bottino completo, intendo veramente completo: tempo, energia, idee, lucidità, prestanza e presentabilità fisica nonché equilibrio psicofisico. Poi però ti sgancia un sorrisone sdentato che ti fa morire dal ridere e tutto passa, il sole splende in una giornata di pioggia, sorprendi il compagno che ti guarda innamorato, arrivano le vacanza, è il giorno del tuo compleanno o di Natale, saldi il tuo mutuo centenario, ricevi un mazzo di fiori inaspettato, ti avanzano un paio d’ore libere, ti gusti una mostra non sovraffollata (cose belle in ordine sparso)…insomma, un momento speciale.

Ci sono poi, però, giorni in cui il pupo è generoso, ti lascia credere che sia tu a condurre i giochi (e noi ingenui genitori principianti gli crediamo…io almeno). E allora via che leggo, scrivo e cucino come se non ci fosse un domani.

Oggi è un giorno di quelli e ho iniziato un nuovo libro di cui di certo vi parlerò, ho scritto un po’ di post che leggere nei giorni a venire e, soprattutto, ho preparato la prima ricetta del nostro Julie & Julia [de noartri].

Sono partita con i tajarin “40 tuorli” della signora Maria del Boccondivino, Bra. Si stratta di tagliolini sottilissimi stesi e tagliati a mano. La cuoca consigliava di farli con burro e salvia, completandoli con il parmigiano. Io mi sono permessa di condirli con la crema ai funghi porcini che prepara la mia mamma. Ragazzi, che bontà!

Bando alle ciance! In cucina!

 

In generale, per il piatto completo:

Difficoltà: media, serve un po’ di manualità per fare la pasta

Cottura: 2 min. la pasta – 10 min la crema         Preparazione: 1 orai (+ 30 minuti per far rinvenire i funghi)

Dosi: 2 persone

 

I tajarin “40 tuorli”

_MG_5895

Ingredienti –> Tuorli d’uovo: 4 – Farina 00: 100g – Sale: un pizzico (40 tuorli per 1 Kg di farina…)

Su una spianatoia disponiamo la farina a fontana perché possa accogliere i 4 tuorli e il pizzico di sale. Impastiamo fino ad ottenere un impasto sodo ed omogeneo. Armiamoci, quindi di forza e mattarello per stendere la pasta fino ad ottenere una sfoglia sottile sottile. Una volta bella asciutta, arrotoliamola e tagliamola a fettine sottilissime in modo che si ottengano fantastici tagliolini.

Attenzione: la cottura è velocissima, non più di 2-3 minuti in acqua bollente, salata e con una lacrima d’olio (trucco della nonna per cuocere la pasta fresca)

La crema ai funghi porcini

Ingredienti –> Cubetti di pancetta affumicata: 50 g – funghi porcini secchi: 50 g – burro: 80g – panna fresca: 100g – sale e pepe: qb

Facciamo rinvenire i funghi in acqua calda e una volta ammorbiditi passiamoli  nel frullatore ad immersione. Scaldiamo il burro e facciamolo soffriggere la pancetta fino a dorarla. Aggiungiamo a questo punto i funghi e la panna e cuociamo a fuoco lento per 10 minuti aggiustando di sale e pepe a proprio gusto.

piattoChiaramente, se disponiamo di porcini freschi tanto di guadagnato!

Buon appetito!!

Ragazzi: donate tempo e non fiori. Ragazze: donatevi Amore per voi stesse e non maschietti unti.

Ragazzi cari,

anche quest’anno vi prego, non donate mimose alle donne che amate, che reputate speciali, intelligenti, in gamba, indistruttibili nella loro leggerezza e fragilità, struggenti nella loro gioia e nel loro dolore, colorate e creative ma “costrette” con i piedi per terra dalle responsabilità

Vi prego, Signori, donate loro del tempo per se stesse, per fare quello che amano fare (sperando che non si infilino in un localaccio con maschietti tutti unti…sminuendo il senso bello di questa giornata speciale). Permettete che si prendano un giorno di ferie per leggere, per farsi una nuotata e una passeggiata al sole con un’amica cara, per fare un corso di scrittura creativa piuttosto che di cucina o di ceramica decorativa. Una giornata di volontariato. Una giornata alle terme o anche solo un’oretta di massaggio. Una giornata che sia diversa. Lasciate che si dedichino a se stesse senza pensieri o sensi di colpa, senza il terrore che il bimbo infili le dita nella presa della corrente creando un corto circuito tale da mandare a fuoco il palazzo mentre voi trafficate con qualche giocattolo elettronico. Fatele trovare la cena pronta e, possibilmente, le lavatrici stese così che il rilassamento non svanisca nell’esatto istante in cui varcano la soglia di casa.

Insomma, donate loro la cosa più preziosa al mondo: il tempo.

Ragazze care,

se è del tempo che avete ricevuto in dono, vi prego, non sperperatelo in postacci discutibili, non è questo il senso di questa giornata. Ricordatevi chi siete. Essere donna è un grande dono ma anche una grande responsabilità: comporta, tra “mille splendidi soli”, il dono di custodire la Vita ma ci chiede di essere limpide e luminose in qualsiasi cosa facciamo. Nella maggior parte delle situazioni dobbiamo faticare doppio perché ci vengano riconosciute competenze e adeguate remunerazioni, perché abbiamo qualche pargolo al seguito, perché ciò che ci caratterizza è poco tollerato e via dicendo…proprio perché abbiamo gli attributi per fronteggiare tutto questo non dobbiamo perdere mai la nostra dignità o cercare di essere quello che non siamo. Cerchiamoci Uomini degni di essere definiti tali per condividere il Cammino dell’Esistenza: è un cammino che, per quanto ne sappiamo, si percorre una volta sola ed è maledettamente breve. Non ha senso sprecarlo con chi usa violenza, fisica o psicologica che sia: sono la stessa cosa e hanno lo stesso peso e gravità, possono uccidere entrambe. Non ha senso sprecarlo con chi smette di guardarci con lo stesso stupore e gioia di un bimbo la mattina di Natale, con chi smette di farci sentire uniche e speciali nella nostra “normalità”. Viviamo la nostra “solitudine” con il coraggio che ci contraddistingue: il sole tornerà a splendere, prima o poi.

Insomma donatevi Amore per voi stesse: sarà amore che ne genererà altro…

Il mondo ha bisogno della nostra forza, non dimentichiamocelo mai.

Che possa essere per tutte una splendida giornata di sole!

“Julie&Julia” [sempre de noartri] declinato all’Osteria…

Il signor Feelfood mi ha fatto un regalone molto speciale! Occasione? Il nostro non-sanvalentino! È uno di quei doni che butta carbone nella fornace di un progetto. È uno di quei gesti che ti dice a chiare lettere “Sono a bordo” anche se la quotidianità e le esigenze di una Famiglia “ti costringono” con i piedi per terra. È una bella costrizione, ci mancherebbe, ma comporta il fatto che per un pochino il famoso cassetto rimanga chiuso. Non ditegli che ve l’ho detto ma  parte della dedica diceva che magari, un giorno, anche la nostra Famiglia sarà immortalata in un libro del genere. Che sogno luminoso!

copertinaMa torniamo a noi: che cosa mi ha regalato? Un fantastico libro edito da Slow Food Editore. Il titolo è “la grande cucina delle OSTERIE D’ITALIA” e raccoglie le 22 migliori e più promettenti osterie del nostro territorio secondo Slow Food, appunto. Osterie e trattorie vengono infatti definite dagli autori come il “futuro della ristorazione italiana” in quanto “principali ambasciatrici della nostra cucina nel mondo”. È un libro fantastico perché parla della storia e dei valori di queste persone e delle loro famiglie davvero fuori dal comune. Sono persone che hanno fatto delle loro cucine una vera e propria missione: qualità, genuinità e passione per un’operosa quotidianità dedicata all’ospitalità. Degno di particolare nota in questo volume sono le immagini che non si limitano a ritrarre cibo o salette agghindate per l’occasione ma ritraggono volti sudati, persone all’Opera, mani sporche e Anime colme, abbracci e grande senso di Comunità.

Ultimo ma non ultimo, alla fine di ogni Storia troviamo alcune ricette che i cuochi delle Osterie stesse ci hanno messo a disposizione. Bene, ho deciso, un po’ alla “Julie&Julia”, che le proverò per voi e poi ve ne racconterò i risultati. Tutto questo nell’attesa di saltare in macchina per andare a visitare questi posti unici di persona e parlarvene a ragion veduta. [Aimè, per le ricette con le frattaglie temo che avrò bisogno del signor Feelfood perché…proprio non ce la faccio].

In attesa che io mi metta ai fornelli, rieccovi i dettagli del libro “la grande cucina delle OSTERIE D’ITALIA” edito da Slow Food Editore (Bra, 2013).

Buona lettura e buon appetito!

L’imperdibile mappazzone letterario: “Il tamburo di latta” di Guenter Grass

Posso dirmi orgogliosa di me stessa: ho appena finito il libro più difficile che abbia mai affrontato in vita mia…ma che è oggi uno dei miei preferiti in assoluto.

Si tratta de “Il tamburo di latta”.IMG_3208

Folle ed erudito, il Premio Nobel Guenter Grass attraversa i vent’anni più oscuri della storia tedesca (ascesa del Nazismo, Seconda Guerra Mondiale e Dopoguerra) attraverso l’autobiografia di un tamburino che, per protesta contro lo status piccolo borghese della sua famiglia e la condizione politica al centro della narrazione, decide di smettere di crescere a all’età di tre anni e…no, non posso svelarvi oltre. Mille sono le vicende e le avventure “dell’Oskar”: questo è un libro davvero impegnativo ma che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. Soprattutto se la Storia vi affascina e rapisce, come accade alla sottoscritta.

Perché difficile ed impegnativo? Innanzi tutto per lo stile narrativo: il protagonista, Oskar Matzerath (Bronski) narra la sua vita da una casa di salute nella quale risiede e passa in continuazione dalla prima alla terza persona singolare. Ci vogliono almeno un centinaio di pagine per accordare il cervello su queste note narrative. Il personaggio in sé poi è molto più che bizzarro; il che aggiunge difficoltà alla già di per sé complicata vicenda e narrazione. Inoltre l’intero libro è praticamente privo di dialoghi: l’intera vicenda è narrata e, anche se permette di “saltare” qualche passaggio un po’ prolisso, obbliga ad una lettura più attenta e concentrata.

Il fatto è che nel momento esatto in cui si medita di mollare il colpo, l’autore usa parole come cogitabondo, querulo oppure scaturigine rendendo impossibile un qual si voglia abbandono; insomma, una ricchezza lessicale che eleva. Io adoro incontrare parole “diverse” o in disuso o che mi costringano a riaprire il dizionario: questo è uno dei motivi per cui amo i classici e cerco sempre di alternarne uno alla lettura di scrittori contemporanei.

Sono molti i passaggi che vorrei lasciarvi ma ne ho scelto uno che spero vi faccia venir voglia di affrontare questo tomo: ne uscirete (io, almeno) lettori migliori.

“[…] abbandonavo l’ospedale civico, mi sfogavo prendendo un po’ d’aria passeggiando in giardino o lungo il recinto di rete metallica che circondava il terreno dell’ospedale con le sue maglie strette e regolari e mi persuadeva a una fischiettante imperturbabilità. Seguivo con lo sguardo i tram che andavano a Wersten e a Benrath, mi annoiavo piacevolmente sui viali che fiancheggiavano le piste ciclabili e sorridevo dello sfoggio di una natura che giocava alla primavera e in base al programma faceva esplodere gemme come petardi. Di fronte, il pittore domenicale di tutti noi spennellava ogni giorno di più un denso verde fresco di tubetto sugli alberi del cimitero di Wersten. I cimiteri mi hanno sempre attratto. Sono curati, univoci, logici, virili, vivi. Nei cimiteri si può trovare il coraggio delle decisioni, solo nei cimiteri la vita acquista dei contorni – non mi riferisco alle bordure tombali – e, se si vuole, un senso.”