L’imperdibile mappazzone letterario: “Il tamburo di latta” di Guenter Grass

Posso dirmi orgogliosa di me stessa: ho appena finito il libro più difficile che abbia mai affrontato in vita mia…ma che è oggi uno dei miei preferiti in assoluto.

Si tratta de “Il tamburo di latta”.IMG_3208

Folle ed erudito, il Premio Nobel Guenter Grass attraversa i vent’anni più oscuri della storia tedesca (ascesa del Nazismo, Seconda Guerra Mondiale e Dopoguerra) attraverso l’autobiografia di un tamburino che, per protesta contro lo status piccolo borghese della sua famiglia e la condizione politica al centro della narrazione, decide di smettere di crescere a all’età di tre anni e…no, non posso svelarvi oltre. Mille sono le vicende e le avventure “dell’Oskar”: questo è un libro davvero impegnativo ma che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. Soprattutto se la Storia vi affascina e rapisce, come accade alla sottoscritta.

Perché difficile ed impegnativo? Innanzi tutto per lo stile narrativo: il protagonista, Oskar Matzerath (Bronski) narra la sua vita da una casa di salute nella quale risiede e passa in continuazione dalla prima alla terza persona singolare. Ci vogliono almeno un centinaio di pagine per accordare il cervello su queste note narrative. Il personaggio in sé poi è molto più che bizzarro; il che aggiunge difficoltà alla già di per sé complicata vicenda e narrazione. Inoltre l’intero libro è praticamente privo di dialoghi: l’intera vicenda è narrata e, anche se permette di “saltare” qualche passaggio un po’ prolisso, obbliga ad una lettura più attenta e concentrata.

Il fatto è che nel momento esatto in cui si medita di mollare il colpo, l’autore usa parole come cogitabondo, querulo oppure scaturigine rendendo impossibile un qual si voglia abbandono; insomma, una ricchezza lessicale che eleva. Io adoro incontrare parole “diverse” o in disuso o che mi costringano a riaprire il dizionario: questo è uno dei motivi per cui amo i classici e cerco sempre di alternarne uno alla lettura di scrittori contemporanei.

Sono molti i passaggi che vorrei lasciarvi ma ne ho scelto uno che spero vi faccia venir voglia di affrontare questo tomo: ne uscirete (io, almeno) lettori migliori.

“[…] abbandonavo l’ospedale civico, mi sfogavo prendendo un po’ d’aria passeggiando in giardino o lungo il recinto di rete metallica che circondava il terreno dell’ospedale con le sue maglie strette e regolari e mi persuadeva a una fischiettante imperturbabilità. Seguivo con lo sguardo i tram che andavano a Wersten e a Benrath, mi annoiavo piacevolmente sui viali che fiancheggiavano le piste ciclabili e sorridevo dello sfoggio di una natura che giocava alla primavera e in base al programma faceva esplodere gemme come petardi. Di fronte, il pittore domenicale di tutti noi spennellava ogni giorno di più un denso verde fresco di tubetto sugli alberi del cimitero di Wersten. I cimiteri mi hanno sempre attratto. Sono curati, univoci, logici, virili, vivi. Nei cimiteri si può trovare il coraggio delle decisioni, solo nei cimiteri la vita acquista dei contorni – non mi riferisco alle bordure tombali – e, se si vuole, un senso.”

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