Michele Serra, “Gli sdraiati”: che siate padri o figli, un libro da leggere con la matita in mano

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gli sdraiati“Autorità: attorno a questa parola organizzo, da quando sei nato, convegni tanto pomposi quanto inconcludenti. Ciascuno dei relatori ha la mia faccia, è un’assemblea dei miei cocci intellettuali che cercano la perdita unità, ciascuno rinfacciando agli altri la loro insipienza. Titolo ideale di questa farraginosa convention dovrebbe essere: quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuti darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo”

 

 

 

Quanto è bello, mentre si legge un libro, scoprirsi alla ricerca spasmodica di una matita per sottolineare il passaggio appena concluso? Perché certamente con il tempo svanirà tra i mille ricordi narrativi e sarà bellissimo, invece, rileggere quelle righe per caso, riprendendo in mano il libro, per prestarlo magari…

Bene, leggendo questo libro, tenete la matita a portata di mano. L’ho adorato; mi ha fatta ridere e mi ha commossa. È stato frutto e origine di grandi riflessioni e, se siete papà con figli maschi, dovete leggerlo ad ogni costo. Vi porterà via un paio di pomeriggi (o qualche serata), non di più, ma lascerà il segno.

Serra mi è sempre piaciuto da matti, leggo le sue rubrica su Repubblica e su Il venerdì di Repubblica; l’ho sempre trovato sottile e molto arguto anche nel suo non sempre velato cinismo. Non avevo, però, mai letto suoi libri. Recupererò di certo!

Mi è piaciuto tantissimo lo stile narrativo ma, più di tutto, il lessico pulito e forbito senza perdere di leggerezza e modernità. Fantastico. Raro.

In questo libro, che è molto più autobiografico di quanto avesse voluto (secondo sua personale confessione a Daria Bignardi a Le invasioni barbariche), Serra si prodiga in un acuto ed intelligente racconto/monologo nel quale un padre, scrittore a sua volta, si rivolge al poco più che adolescente figlio. Non vi svelo altro!

Ci sono tratti esilaranti come…

“L’unica certezza è che sei passato da casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare non ha scampo[…]. […] in cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. […] una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato la salvezza ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto””

…passaggi molto profondi, di grande introspezione…

“Ho la nitida sensazione che questo – esattamente questo – sia l’ultimo istante della tua infanzia. Scomparirà per poi apparire sempre più raramente, nel corso degli anni, quel bagliore infantile che perfino nei vecchi rivela le tracce dell’inizio. […] Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce assomiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi. […] È anni dopo, […] è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile […] è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La sapienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe. Troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”

…fino ad una delle migliori chiusure mai lette…

“Finalmente potevo diventare vecchio”

Vi assicuro che mi è spiaciuto da matti quando ho voltato l’ultima pagina scoprendone la fine.

Buona lettura!

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La mia terapia, la mia meditazione, la mia preghiera

Era davvero molto presto domenica mattina quando, immersa nel silenzio della casa addormentata, sono entrata in cucina.

Pronta. Pervasa da una pace rara che solo la certezza sa conferire, di qualsiasi certezza si voglia parlare. Nel mio caso la certezza che la pasta si farà, a suo tempo, ma si farà. E sarà speciale!

Il silenzio, il piano di legno, la farina, le uova, un pizzico di sale, l’acqua, le mani, la pazienza, l’amore per la mia famiglia, la cura, l’attenzione.

Questa è la mia terapia, la mia meditazione, la mia preghiera.

I movimenti nell’impastare: un mantra che eleva ad un livello superiore, anzi no, parallelo. Un mantra che amplia lo spirito.

L’energia nell’impastare: vita che passa attraverso.

E poi c’era mia nonna con me perché la pasta viene un capolavoro: serviva una guida per un risultato simile. Perché lei manca da morire. E mi commuove profondamente vedere mia madre somigliarle sempre di più, nel suo lato migliore.

Finito l’impasto, tutto riposa per un attimo prima del taglio, prima di darle forma. La casa si risveglia, si ripopola. Non sono più sola in cucina con nonna. Ora ci sono tutti e da un momento quasi mistico si passa all’allegria dissacrante che caratterizza la nostra piccola tribù. Si accendono i fuochi che cuoceranno il condimento mentre l’uomo che ha scelto di condividere la sua vita come me affetta gli asparagi e le cipolle rosse di Tropea: che passione, che intensità.

E davanti al piccolo capolavoro che mettiamo in tavola, all’una in punto, per la famiglia al completo non posso che sentirmi in pace con il mondo. Mi estraneo dal vociare per un solo istante perché non mi voglio perdere nemmeno un secondo, guardo in fondo all’anima e mi sento fortunata, colma.

Sono a capotavola e voglio immortalare questo pranzo perché sarà uno dei più importanti della nostra vita e tutto è fatto con le mani, le nostre, esattamente come ci siamo fatti noi: con tenacia, energia e impegno. Genuinamente.

Ed è così che voglio che la nostra famiglia cresca.

Ed è per questo che parlo di “sentire” quando mi riferisco al cibo; perché questo coinvolge ogni sfera del vivere con una purezza rara e, al contempo, una ricercatezza unica. C’è vibrazione come fosse musica, c’è emozione come in una pagina di un libro.

Perché è di sentimenti che si parla sempre…altrimenti, che senso avrebbe?