“Momenti di trascurabile felicità” di Francesco Piccolo: la soluzione per una giornata di pioggia

Io sfogo gli istinti di pulizie di primavera sulla libreria: l’ho aggredita ieri pomeriggio per stravolgerne l’organizzazione e guardate un po’ che libricino mi è capitato tra le mani!

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Momenti di trascurabile felicità di Francesco Piccolo. È uscito qualche anno fa e mi ricordo perfettamente che l’avevo comprato e letto immediatamente, in una giornata di pioggia, proprio  come oggi (almeno dalle nostre parti). Non mi ricordo dove fosse il resto della famiglia ma ho l’immagine di me sul divano, con la coperta, silenzio assoluto spezzato da qualche risatina (la mia) e questo libro. Si tratta di racconti brevi che scandagliano momenti che, nonostante la loro semplicità e banalità, sanno dare delle grandi soddisfazioni. Sono davvero attimi terra terra! Un esempio per tutti: il telecomando della TV non da più segni di vita ma facendo l’irrazionale gesto di pestarlo contro qualcosa e puff, magicamente, rifunziona….ecco che sollievo e che pace nel vederlo ubbidire solo avendo fatto l’inconsulto gesto di sbatacchiarlo un pochino.

Senza togliere niente al contenuto, la copertina di questo libro è, tra l’altro, una delle meglio riuscite a mia memoria: un ragazzino di spalle con solo dei calzoncini addosso che salta in libertà. Bello!

Questo è il tenore del libro in generale e dei racconti in particolare: qualche ora piacevole per rammentarci che non servono eventi sconvolgenti per farci sentire  un po’ meno grigi e constatare che la felicità è fatta, il più delle volte, di tanti  piccoli pizzichi di sale che danno sapore all’esistenza!

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Michele Serra, “Gli sdraiati”: che siate padri o figli, un libro da leggere con la matita in mano

Festa del papà, idea regalo, libro, recensione, Michele Serra, Gli sdraiati.

gli sdraiati“Autorità: attorno a questa parola organizzo, da quando sei nato, convegni tanto pomposi quanto inconcludenti. Ciascuno dei relatori ha la mia faccia, è un’assemblea dei miei cocci intellettuali che cercano la perdita unità, ciascuno rinfacciando agli altri la loro insipienza. Titolo ideale di questa farraginosa convention dovrebbe essere: quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuti darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo”

 

 

 

Quanto è bello, mentre si legge un libro, scoprirsi alla ricerca spasmodica di una matita per sottolineare il passaggio appena concluso? Perché certamente con il tempo svanirà tra i mille ricordi narrativi e sarà bellissimo, invece, rileggere quelle righe per caso, riprendendo in mano il libro, per prestarlo magari…

Bene, leggendo questo libro, tenete la matita a portata di mano. L’ho adorato; mi ha fatta ridere e mi ha commossa. È stato frutto e origine di grandi riflessioni e, se siete papà con figli maschi, dovete leggerlo ad ogni costo. Vi porterà via un paio di pomeriggi (o qualche serata), non di più, ma lascerà il segno.

Serra mi è sempre piaciuto da matti, leggo le sue rubrica su Repubblica e su Il venerdì di Repubblica; l’ho sempre trovato sottile e molto arguto anche nel suo non sempre velato cinismo. Non avevo, però, mai letto suoi libri. Recupererò di certo!

Mi è piaciuto tantissimo lo stile narrativo ma, più di tutto, il lessico pulito e forbito senza perdere di leggerezza e modernità. Fantastico. Raro.

In questo libro, che è molto più autobiografico di quanto avesse voluto (secondo sua personale confessione a Daria Bignardi a Le invasioni barbariche), Serra si prodiga in un acuto ed intelligente racconto/monologo nel quale un padre, scrittore a sua volta, si rivolge al poco più che adolescente figlio. Non vi svelo altro!

Ci sono tratti esilaranti come…

“L’unica certezza è che sei passato da casa. Le tracce della tua presenza sono inconfondibili. Il tappeto kilim davanti all’ingresso è una piccola cordigliera di pieghe e avvallamenti. La sua onesta forma rettangolare non ha scampo[…]. […] in cucina il lavello è pieno di piatti sporchi. […] una padella carbonizzata, o il colapasta monco di un manico, o una pirofila con maccheroni avanzati che produce le sue muffe proprio sul ripiano davanti al frigo: un passo ancora e avrebbe trovato la salvezza ma la tua maestria nell’assecondare l’entropia del mondo sta esattamente in questo minimo, quasi impercettibile scarto tra il “fatto” e il “non fatto””

…passaggi molto profondi, di grande introspezione…

“Ho la nitida sensazione che questo – esattamente questo – sia l’ultimo istante della tua infanzia. Scomparirà per poi apparire sempre più raramente, nel corso degli anni, quel bagliore infantile che perfino nei vecchi rivela le tracce dell’inizio. […] Penso a come è stato facile amarti da piccolo. A quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce assomiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi, gli ingombri dei corpi sono gli stessi. […] È anni dopo, […] è quando tuo figlio si trasforma in un tuo simile […] è allora che amarlo richiede le virtù che contano. La sapienza, la forza d’animo, l’autorevolezza, la severità, la generosità, l’esemplarità…troppe. Troppe virtù per chi nel frattempo cerca di continuare a vivere”

…fino ad una delle migliori chiusure mai lette…

“Finalmente potevo diventare vecchio”

Vi assicuro che mi è spiaciuto da matti quando ho voltato l’ultima pagina scoprendone la fine.

Buona lettura!

“Julie&Julia” [sempre de noartri] declinato all’Osteria…

Il signor Feelfood mi ha fatto un regalone molto speciale! Occasione? Il nostro non-sanvalentino! È uno di quei doni che butta carbone nella fornace di un progetto. È uno di quei gesti che ti dice a chiare lettere “Sono a bordo” anche se la quotidianità e le esigenze di una Famiglia “ti costringono” con i piedi per terra. È una bella costrizione, ci mancherebbe, ma comporta il fatto che per un pochino il famoso cassetto rimanga chiuso. Non ditegli che ve l’ho detto ma  parte della dedica diceva che magari, un giorno, anche la nostra Famiglia sarà immortalata in un libro del genere. Che sogno luminoso!

copertinaMa torniamo a noi: che cosa mi ha regalato? Un fantastico libro edito da Slow Food Editore. Il titolo è “la grande cucina delle OSTERIE D’ITALIA” e raccoglie le 22 migliori e più promettenti osterie del nostro territorio secondo Slow Food, appunto. Osterie e trattorie vengono infatti definite dagli autori come il “futuro della ristorazione italiana” in quanto “principali ambasciatrici della nostra cucina nel mondo”. È un libro fantastico perché parla della storia e dei valori di queste persone e delle loro famiglie davvero fuori dal comune. Sono persone che hanno fatto delle loro cucine una vera e propria missione: qualità, genuinità e passione per un’operosa quotidianità dedicata all’ospitalità. Degno di particolare nota in questo volume sono le immagini che non si limitano a ritrarre cibo o salette agghindate per l’occasione ma ritraggono volti sudati, persone all’Opera, mani sporche e Anime colme, abbracci e grande senso di Comunità.

Ultimo ma non ultimo, alla fine di ogni Storia troviamo alcune ricette che i cuochi delle Osterie stesse ci hanno messo a disposizione. Bene, ho deciso, un po’ alla “Julie&Julia”, che le proverò per voi e poi ve ne racconterò i risultati. Tutto questo nell’attesa di saltare in macchina per andare a visitare questi posti unici di persona e parlarvene a ragion veduta. [Aimè, per le ricette con le frattaglie temo che avrò bisogno del signor Feelfood perché…proprio non ce la faccio].

In attesa che io mi metta ai fornelli, rieccovi i dettagli del libro “la grande cucina delle OSTERIE D’ITALIA” edito da Slow Food Editore (Bra, 2013).

Buona lettura e buon appetito!

L’imperdibile mappazzone letterario: “Il tamburo di latta” di Guenter Grass

Posso dirmi orgogliosa di me stessa: ho appena finito il libro più difficile che abbia mai affrontato in vita mia…ma che è oggi uno dei miei preferiti in assoluto.

Si tratta de “Il tamburo di latta”.IMG_3208

Folle ed erudito, il Premio Nobel Guenter Grass attraversa i vent’anni più oscuri della storia tedesca (ascesa del Nazismo, Seconda Guerra Mondiale e Dopoguerra) attraverso l’autobiografia di un tamburino che, per protesta contro lo status piccolo borghese della sua famiglia e la condizione politica al centro della narrazione, decide di smettere di crescere a all’età di tre anni e…no, non posso svelarvi oltre. Mille sono le vicende e le avventure “dell’Oskar”: questo è un libro davvero impegnativo ma che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. Soprattutto se la Storia vi affascina e rapisce, come accade alla sottoscritta.

Perché difficile ed impegnativo? Innanzi tutto per lo stile narrativo: il protagonista, Oskar Matzerath (Bronski) narra la sua vita da una casa di salute nella quale risiede e passa in continuazione dalla prima alla terza persona singolare. Ci vogliono almeno un centinaio di pagine per accordare il cervello su queste note narrative. Il personaggio in sé poi è molto più che bizzarro; il che aggiunge difficoltà alla già di per sé complicata vicenda e narrazione. Inoltre l’intero libro è praticamente privo di dialoghi: l’intera vicenda è narrata e, anche se permette di “saltare” qualche passaggio un po’ prolisso, obbliga ad una lettura più attenta e concentrata.

Il fatto è che nel momento esatto in cui si medita di mollare il colpo, l’autore usa parole come cogitabondo, querulo oppure scaturigine rendendo impossibile un qual si voglia abbandono; insomma, una ricchezza lessicale che eleva. Io adoro incontrare parole “diverse” o in disuso o che mi costringano a riaprire il dizionario: questo è uno dei motivi per cui amo i classici e cerco sempre di alternarne uno alla lettura di scrittori contemporanei.

Sono molti i passaggi che vorrei lasciarvi ma ne ho scelto uno che spero vi faccia venir voglia di affrontare questo tomo: ne uscirete (io, almeno) lettori migliori.

“[…] abbandonavo l’ospedale civico, mi sfogavo prendendo un po’ d’aria passeggiando in giardino o lungo il recinto di rete metallica che circondava il terreno dell’ospedale con le sue maglie strette e regolari e mi persuadeva a una fischiettante imperturbabilità. Seguivo con lo sguardo i tram che andavano a Wersten e a Benrath, mi annoiavo piacevolmente sui viali che fiancheggiavano le piste ciclabili e sorridevo dello sfoggio di una natura che giocava alla primavera e in base al programma faceva esplodere gemme come petardi. Di fronte, il pittore domenicale di tutti noi spennellava ogni giorno di più un denso verde fresco di tubetto sugli alberi del cimitero di Wersten. I cimiteri mi hanno sempre attratto. Sono curati, univoci, logici, virili, vivi. Nei cimiteri si può trovare il coraggio delle decisioni, solo nei cimiteri la vita acquista dei contorni – non mi riferisco alle bordure tombali – e, se si vuole, un senso.”

Iatrofobici o ipocondriaci? Nessun problema: ho la soluzione…

…ma no, non vi voglio mica suggerire uno psicologo…come farebbe, del resto, ad andarci uno iatrofobico (categoria nella quale mi colloco, tra l’altro…)? No, è che da qualche giorno ho la soluzione tra le mani e, data la genialità e salubrità della stessa, ho deciso di condividerla con tutti voi. Si tratta di biblioterapia, neologismo coniato per indicare quel “ramo della medicina che cura certi disturbi dell’esistenza con la somministrazione di opere letterarie”.

Tutto è ben dettagliato in  “Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno”, scritto da Ella Berthoud e Susan Elderkin.

curarsi con i libri

Le autrici sono due (a mio parere) squinternate e ineffabili lettrici che, con grande cultura e sagacia, hanno saputo trovare per numerosi malanni fisici e debolezze psicologiche un rimedio letterario. Dico sul serio: qui si spazia dal mal d’auto al mal d’amore, dalla nostalgia alla ben più meschina dissenteria, dalla xenofobia alla cura per la calvizie. Temi di diverso peso e spessore sono affrontati con grande intelligenza. La genialità sta anche nella scelta dei libri che consigliano che non è mai banale e scontata.

Più nel dettaglio del libro, il disturbo viene ben descritto e poi se ne dettaglia la cura parlando del o  dei romanzi consigliati. Eccovene un buffo ma ben esplicativo assaggio:

 “ALLUCE, ANDARE A SBATTERE CON L’

Ritratto dell’artista da giovane, James Joyce

Quando andate a sbattere l’alluce da qualche parte, non resta che sopportare il dolore; inutile pensare ad una cura. Per fortuna , come un pugno sul naso. Questo dolore è di breve durata. Il turpiloqui è un’ottima valvola di sfogo. Per evitare l’imbarazzo e l’indignazione dei presenti, tuttavia, vi raccomandiamo caldamente di avere a disposizione l’equivalente letterario di un’imprecazione: una citazione pronta per l’uso…”.

Inoltre, il volume tratta anche in dettaglio i disturbi specifici che attanagliano la vita del lettore e fornisce qualche buon consiglio per evitare l’inevitabile quali amnesia, tendenza a leggere invece di vivere, rifiuto di lasciare un libro a metà, senso di colpa associato alla lettura e via dicendo. Imperdibili sono poi le classifiche (i 10 migliori romanzi per…leggere al gabinetto, per quei certi giorni, per appassionare un partner alla lettura e molti altri) nonché gli aneddoti davvero divertenti che fanno di questo vademecum una gradevolissima lettura indipendentemente dagli scopi terapeutici di cui si fa carico.

Ma attenzione, si tratta di un vero e proprio prontuario: alla fine del volume troverete tanto di indici analitici sui disturbi trattati per velocizzare la ricerca in caso di vera emergenza e indici sui romanzi consigliati per trovare i vostri preferiti

Ciò che rende questo manuale unico è la possibilità che ognuno di noi ha di personalizzarlo: usciranno nuovi libri e, una volta letti, potremo collocare i nostri preferiti in ciascuna delle categorie proposte…o crearne di nuove.

Io ho passato un sacco di tempo a cercare libri che ho letto per vedere a quale disturbo potrebbero porre rimedio, ho modificato alcune delle proposte e ne ho aggiunte di mie…

Leggendo l’introduzione dei curatori italiani, che a loro volta l’hanno arricchito con testi nostrani, ho scoperto esiste anche un forum online dove condividere le proprie proposte. È scaduto il tempo per caricarne di nuove ma presto pubblicheranno le migliore ricevute. Per info: http://www.sellerio.it

A parte tutto, questo libro è fonte inesauribile di spunti per tutti coloro che fanno della lettura oggetto di desiderio insaziabile!

Scherzi a parte…dal dottore ci si deve andare amici iatrofobici…ma con moderazione amici ipocondriaci!

Chiudo con una citazione riportata dalle stesse autrici:

“I libri sono la cura per ogni malessere – ci mostrano le nostre emozioni, una volta, e poi ancora una, finché non riusciamo a dominarle”

D. H. Lawrence

Alla ricerca di letture estive (parte II)? Eccovi due super classiconi del calibro di…

Ma quanto è bello da 1 a 10 quando, leggendo un buon libro capita di mormorare tra se ” mah no, non ci posso credere” attraversando un colpo di scena!
Bene, se è di questo che avete voglia fanciulli e fanciulle, vi consiglio, senza dubbio alcuno, di buttarvi su due super classiconi che hanno allietato il mio ultimo mese: Mr. Henry James con il suo “Ritratto di signora” e Mr. Alexandre Dumas con il suo “Il Conte di Montecristo”.

ritrVorrei quasi dirvi che “Ritratto di signora” è più indicato alle fanciulle mentre “Il Conte di Montecristo” a lor maschietti ma non è assolutamente così. Vero è che Henry James parla di una donna, della sua libertà e della sua intraprendenza/indipendenza (con tutto ciò che questo produrrà)  ma è talmente ricco il piano dei vari personaggi che lo consiglierei anche ai signori lettori.

La purezza del linguaggio vale ogni secondo del tempo che dedicherete alla storia di questa eroina ottocentesca ma, comunque, senza tempo. Ve ne riporto solo un esempio ma il libro è costellato di descrizioni e metafore che coniugano magistralmente immagini sonore e visive con sensazioni tattili del tutto uniche:

“Frusciante, scintillante, nelle sue fresche vesti color tortora, Ralph vide al primo sguardo che rea croccante e fresca e promettente come una prima copia non piegata. Da capo a piedi, verosimilmente, non c’era in lei neppure un refuso”

il conte di montecristoMi sta tenendo invece in questo preciso momento una serrata compagnia, senza darmi tregua, “Il Conte di Montecristo”: ne ho lette solo le prime 400 pagine…in pochissimi giorni…non potrete più separarvene, ve lo assicuro. Vi terrà con il fiato sospeso, non vi mollerà neppure un istante. Sono sentimenti atavici quelli che richiama in superficie: la libertà, la vendetta, la rivalsa, la giustizia. Fantastico. In origine, nella sua prima edizione, fu edito sotto forma di roman feuilleton (romanzo d’appendice), narrativa ad episodi su quotidiani; questo appare del tutto evidente leggendolo nella sua interezza: in parallelo alla trama principale con protagonista il mitico Edmond Dantés, in ogni capitolo si succedono storie parallele ma strettamente legate alla primaria e una sovrapposizione di personaggi più unici che rari dislocati in ogni angolo d’Europa e Medio Oriente. Fantastico! Ve ne lascio un assaggio e ne proseguo immediatamente la lettura:

“Così Dantès, che tre mesi prima non desiderava che la libertà, non era più contenta della sola libertà, ma aspirava alla ricchezza.

Il difetto non era di Dantès, ma della nostra stessa natura, che limitando la potenza dell’uomo, gli crea desideri infiniti.”

Allora buona lettura e, mi raccomando cari, non fatevi scoraggiare dalle dimensioni…li divorerete.

A presto!

Consapevoli per provare ad essere al sicuro: “Ferite a morte” libro e progetto di Serena Dandini

 ferite a morte

“Tutto nasce dal desiderio di raccontare in modo diverso le esigenze delle donne vittime di femminicidio: […] affrontiamo il dramma per quello che è senza far finta che non esista, attitudine sempre in voga nel nostro Paese che aggiunge oltre al disinteresse un sarcasmo diffuso.

[…] monologhi che nascono dalla voce diretta delle vittime, donne assassinate proprio in quanto donne, per mano di uomini, dei loro uomini. […] Sono mogli, ex mogli, sorelle, figlie, fidanzate, ex fidanzate che non sono state ai patti, che sono uscite dal solco.

[…] sono quelli che, superficialmente, la cronaca nera chiama delitti passionali, frutto di liti in famiglia dove, si sa, è meglio non mettere il naso. Sono morti annunciate. […] sono casi giudiziari che vengono liquidati come […] “un improvviso raptus di follia”. […]

Volevo che queste donne fossero libere, almeno da morte, di raccontare la loro versione dei fatti, nel tentativo di ridare luce e colore ai loro opachi fantasmi. […]

Ferite a morte vuole dare voce a chi ha parlato poco o è stata poco ascoltata nella sua vita, con la speranza di infondere coraggio a chi ancora può fare in tempo a salvarsi denunciando i suoi persecutori.

[…] il femminicidio in Italia è solo la punta di un iceberg che nasconde una montagna di soprusi e dolore che si chiama violenza domestica. La maggior parte delle vittime non ce la fa a denunciare per paura, per le possibili ripercussioni, per la vergogna, perché non sa dove andare e come sostentarsi, per non ammettere il fallimento del proprio matrimonio, per preservare i figli […]. Nel nostro Paese, dietro le persiane chiuse delle case, si nasconde una sofferenza silenziosa, ma di questi lati oscuri delle nostre famiglie conviene non parlare.

[…] Ferite a morte si è trasformato in uno spettacolo teatrale virale che, partito da Palermo, ha continuato il suo viaggio in lungo ed in largo per l’Italia perché in questo campo purtroppo non esiste un Nord e un Sud. […]

Ma se le donne sono vittime predestinate, gli uomini non vanno abbandonati ad una cultura che li vuole dominatori, violenti, ossessionati dal possesso. Anzi, andrebbero aiutati a trovare altre strade per gestire la loro rabbia e il loro dolore. Siamo tutti figli di un analfabetismo sentimentale che considera la prevaricazione e la violenza come possibili aspetti della relazione tra un uomo e una donna, un  dato di fatto che vede i maschi e le femmine imprigionati in questi rigidi ruoli, legittimati da una società patriarcale. […]

Finché il tema non sarà al primo posto della famosa agenda di un qualsiasi governo, le donne non si fermeranno e si faranno sentire con ogni mezzo. Mi auguro che anche Ferite a morte diventi uno di questi

 Tratto dall’introduzione di Ferite a morte di Serena Dandini

 

…e me lo auguro anch’io con tutta me stessa!

Questo tema mi è particolarmente caro come Donna profondamente libera e orgogliosa di esserlo. Vorrei tanto che ognuna di noi, nel proprio piccolo e indipendentemente dal “lato della barricata” nel quale si trova, potesse fare qualcosa.

Se siamo tra le fortunate che condividono il cammino con Uomo degno di essere chiamato tale, allora la consapevolezza ci deve rendere forti, ci deve svegliare, ci deve far venir voglia di fare qualcosa. Fosse anche solo un incoraggiamento o una parola di conforto superando la paura che generalmente ci paralizza davanti al dolore altrui.

E se siamo tra le vittime silenti…solo il coraggio di denunciare ci può offrire qualche possibilità di scampo. Al primo schiaffo o spintone! Senza giustificare: non esistono giustificazioni! Dobbiamo essere consapevoli di non essere sole e le sole, non ci deve essere vergogna o colpa ma una luminosa propulsione alla vita, alla luce, fosse anche solo per coloro che amiamo.

Nessuna di noi merita di essere ferita, in nessuna maniera, siano esse ferite psicologiche, morali, sessuali, professionali…mortali.

Vorrei tanto anche che questo messaggio arrivasse anche ai nostri uomini; vorrei che leggessero questo libro: la consapevolezza su un argomento così grande non deve essere solo prerogativa femminile, anzi!

Nelle ultime pagine di questo intenso libro troverete una serie di documenti e relazioni sulla situazione mondiale che fanno davvero paura ma non solo. Ci sono anche pagine nelle quali troverete i contatti utili: dove e a chi rivolgersi. Davvero importante!

Nella piccola e fortunata realtà di Feelfoodspeaks la voglia di fare qualcosa di concreto è sempre più difficile da contenere: la convinzione forte è che in ognuna/ognuno di noi il potenziale per dare una mano sia infinito!